Pensioni: cosa succede nei prossimi anni

Previsioni su importi, speranza di vita, flessibilità

Stiamo assistendo ad un continuo rimbalzare di notizie circa i tempi e le modalità che il nuovo Governo Letta intende impiegare per il preannunciato ritocco alla Riforma Fornero, ed in generale all’intero sistema previdenziale. Flessibilità, fasce d’età e penalizzazioni sono le parole ed i concetti più ricorrenti. In questo clima di previsioni, sono intervenuti anche l’INPS e la Ragioneria dello Stato che, attraverso proprie relazioni pubblicate nei giorni scorsi, hanno effettuato delle stime su quello che potrebbe essere il panorama pensionistico da qui ai prossimi decenni. Documenti che sono, rispettivamente, la relazione “Il Sistema di previdenza sociale: luci e ombre tra sostenibilità e adeguatezza” redatto dall’area attuariale dell’INPS, ed il Rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario stilato dalla RGS. In particolare, gli scenari futuri elaborati sono il frutto di modelli previsionali basati su numerose variabili; di conseguenza, essi restano sempre e comunque delle stime tutte da confermare.

Innanzitutto, riprendendo i dati diffusi dalla Commissione Europea (Rapporto 2012 sull’invecchiamento redatto dall’AWG), gli attuari dell’INPS sottolineano come la struttura della popolazione europea ed italiana subirà nel corso del tempo una notevole mutazione per quanto riguarda l’età. In Italia, ad esempio, si prevede che nel 2060 le persone con più di 65 anni rappresenteranno il 33% del totale, mentre chi supererà gli 85 anni saranno pari al 9,8%. Un invecchiamento generalizzato condizionato dai tassi di fertilità, dalle migrazioni e dalla speranza di vita. E proprio in merito a quest’ultimo fattore, negli ultimi 20 anni nel Belpaese la vita media è incrementata di 5,4 anni per gli uomini e di 3,9 anni per le donne, e se consideriamo l’età di riferimento dell’attuale sistema previdenziale, cioè i 65 anni, la speranza di vita è di 18,7 anni per gli uomini e di 22,3 anni per le donne, con una crescita costante di circa un anno ogni decennio fino al 2060. Parlando di requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione, anni e anni di riforme hanno condotto ad un aumento degli stessi: se nel 1992, ad esempio, per la pensione di vecchiaia era necessaria un’età di 55 anni per le donne e di 60 anni per gli uomini, nel 2018 si stima un convergenza dei due generi con un’unica età per entrambi pari a 66 anni e 7 mesi. Lo stesso vale per il requisito di anzianità contributiva che, per un dipendente impiegato, era di 35 anni nel 1992 e sarà di 42 anni e 10 mesi e di 41 anni e 10 mesi nel 2018 rispettivamente per uomini e donne.

Per quanto concerne poi la suddivisione delle quote tra Retributivo, Misto e Contributivo sul totale delle pensioni nel 2015 predominerà ancora il primo (86,9% di pensioni calcolate col regime Retributivo, 1,1% col Contributivo e 12,1% col Misto), mentre nel 2050 la situazione si ribalterà con il Contributivo che raggiungerà la soglia del 40,4%, il Misto del 50,7% ed il Retributivo dell’8,9%. Guardando invece agli effetti causati dai vari mutamenti sul criterio di rivalutazione ai prezzi delle pensioni, giungendo fino al recente blocco disposto dal Governo Monti, la Relazione INPS mostra come le pensioni più ricche (cioè superiori a 8 volte il trattamento minimo) della generazione del 1995 abbiano perso circa il 15% del proprio valore in 18 anni.
Ma occupandoci degli importi degli assegni, il Rapporto degli attuari dell’Istituto previdenziale evidenzia come, con l’allungamento della vita ed in base al principio dell’equivalenza attuariale, le somme erogate diminuiranno. Secondo le proiezioni, infatti, il coefficiente di trasformazione applicato per il calcolo della pensione si ridurrà del 16,7% tra il 2013 e il 2065 tenendo conto di un’età di 65 anni, passando dall’attuale 5,435% al 4,53% futuro. Poiché quindi la pensione contributiva si determina moltiplicando tale coefficiente per il montante dei contributi versati, è chiaro che una sua contrazione influenzerà gli importi futuri. Nonostante ciò, è opinione degli attuari dell’INPS che le vigenti modalità di calcolo dei coefficienti di trasformazione siano in ogni caso favorevoli all’assicurato.

Infine, in relazione alle ripercussioni di un sistema contributivo puro sugli importi degli assegni, è utile richiamare le previsioni contenute nel citato documento diffuso dalla Ragioneria dello Stato. Più specificamente, per quanto riguarda il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra la somma annua della prima rata di pensione e la somma annua dell’ultima retribuzione o reddito da lavoro, le stime si differenziano a seconda che si tratti di lavoratore dipendente o autonomo e tengono conto di molteplici variabili. Considerando, ad esempio, il tasso di sostituzione lordo (e quindi non al netto del prelievo contributivo e fiscale), se un dipendente privato nel 2010 avrebbe ottenuto una pensione pari al 74,1% dell’ultima retribuzione, nel 2060 tale valore sarà del 63,4%; allo stesso modo, anche il lavoratore autonomo vedrà ridursi il proprio tasso di sostituzione visto che dal 2010 al 2060 questo diminuirà di 21,9 punti percentuali, passando rispettivamente dal 73% al 51,1%. Un calo reso più marcato per via della più bassa aliquota di computo prevista dal sistema contributivo per questa categoria.

Laura Giulia Cerizza
Redazione Global Publishers

 

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